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Le catene del drago
by Grace Goodwin & Becca Brayden
Capitolo 3
3
Venerdì pomeriggio
Katy attraversò il corridoio con un sospiro di sollievo, la ventata di calore di inizio estate un benvenuto abbraccio rassicurante dopo la folle corsa a casa a recuperare le cose di Emily, seguita da un volo lunghissimo. Spostare lo sguardo dai viaggiatori stanchi che scendevano dall’aeroplano con le spalle curve e gli occhi gonfi alla piccola folla di gente in attesa appena dall’altro lato del corridoio, fresca e impaziente di imbarcarsi, le fece capire quanto fosse veramente esausta.
Qualcuno avrebbe dovuto venirla a prendere lì. O meglio, venire a prendere Emily. Non sapendo che cosa aspettarsi, Katy si era concessa del tempo per darsi una rinfrescata prima dell’atterraggio con una rapida passata di lucidalabbra trasparente e una attenta applicazione del mascara che teneva sempre infilato nella borsetta. Per fortuna era stato tutto ciò di cui aveva avuto bisogno per farsi bella, essendo la sua pelle naturalmente liscia e pulita. I suoi capelli lunghi erano tutta un’altra storia. Riusciva già a sentire dei riccioli ribelli sfuggirle dalla crocchia morbida che si era sistemata in cima alla testa. I suoi spessi capelli pesanti avevano una mente tutta loro nei giorni buoni e un pessimo atteggiamento in tutti gli altri.
Con poco tempo da perdere nel cercare di non perdere il volo, Katy aveva scelto di non cambiarsi la lunga gonna blu scuro e la camicetta color panna che aveva indossato a lavoro. Immaginava che chiunque la fosse venuta a prendere l’avrebbe presa più sul serio con indosso i suoi abiti da lavoro piuttosto che con un paio di comodi pantaloni da yoga e una maglietta a maniche corte. Emily l’aveva avvertita del fatto che fosse gente seria. Soldi vecchi. Castelli. Milioni, forse miliardi di dollari nascosti in fondi fiduciari e investimenti.
All’antica, aveva detto. E quel genere di famiglia non avrebbe apprezzato un abbigliamento sportivo e dei sandali per un incontro d’affari. Anche se era appena scesa da un aereo.
Fu di nuovo assalita da un’opprimente preoccupazione. Esattamente che cosa aveva messo Emily in valigia per quel viaggio? Potevano anche essere fisicamente identiche, ma la loro idea di moda non sempre combaciava. Emily, quando non indossava il camice, era l’emblema degli stili appariscenti e dei colori vivaci, mentre il guardaroba di Katy era uno studio di blu, beige e completi d’affari coordinati, giudiziosi e professionali. I pochi articoli divertenti che possedeva sembravano finire sempre nel guardaroba di Emily. Katy sussurrò una supplica a nessuno in particolare affinché quantomeno un paio di altre sue cose fossero finite ad accompagnarla in quell’avventura.
Di sicuro una di quelle quattro enormi valigie che ho fatto imbarcare all’aeroporto sarà piena di scarpe? Era una delle cose su cui concordavano entrambe. Le scarpe rendevano il mondo un posto migliore e chiunque ne aveva di più, vinceva.
Abbassando lo sguardo mentre si lisciava con una mano le pieghe della gonna, andò quasi a sbattere contro un uomo molto imponente. «Oh! Mi spiace così tanto. Ehm… Mi scusi?»
Da dov’erano spuntati? Come aveva fatto a non notarli prima?
«Buonasera, signorina Toure. Le diamo di nuovo il benvenuto in Italia.»
Merda. Sono qui per me? TUTTI quanti?
Katy si concesse un istante per scrutare quel gruppo. Quattro uomini, tutti delle dimensioni di un carrarmato. Perfino con i loro completi costosi sembravano spie o militari con muscoli gonfi, capelli corti e occhiali da sole scuri. Tutti quanti. Le due donne erano quasi altrettanto alte e bellissime.
La genetica era così ingiusta. Lei aveva sempre voluto essere una bellezza mediterranea. E quegli uomini… quegli uomini erano incredibili. Potenti. E quello che le aveva parlato aveva degli impressionanti capelli argentati. Attraverso le sue lenti scure riusciva a vedere che i suoi occhi erano di una brillante sfumatura di smeraldo. Non sembravano veri. Portava le lenti a contatto?
«C’è qualche problema, signorina Toure? Non si sente bene?»
Cavolo. Li stava fissando. Problema? C’era un problema. Ma non osava dire che loro fossero il problema; erano grossi da far paura, minacciosi e bellissimi.
Rabbrividì, improvvisamente timorosa.
Non la mafia. Ti prego, Emily, non la mafia.
Katy trasse un respiro lento e profondo e si stampò in volto il suo miglior sorriso falso. Calmati. Non reagire in maniera eccessiva. Puoi farcela.
Tutto ciò che doveva fare era ricordarsi le regole per uno scambio gemellare di successo. Se qualcuno faceva un commento o poneva una domanda che Emily avrebbe compreso, ma Katy no, ci avrebbe buttato dentro un’affermazione o due su se stessa. Dire sempre la verità così da non doversi ricordare alcuna menzogna che avrebbe potuto incastrarla più avanti. Ultima spiaggia? La distrazione.
«Buonasera, signore. Sto bene. La ringrazio. Cioè, grazie.» Katy si costrinse a rilassarsi, alleviando la maggior parte della tensione che aveva tra le spalle mentre usava qualche parola di italiano qua e là. Emily aveva detto che quella gente faceva sul serio, per cui Katy doveva concedere loro il beneficio del dubbio. «Temo che il mio italiano sia terribile. Vi ringrazio per essermi venuta incontro al gate. Spero non vi sia costato troppo superare la sicurezza?»
L’uomo dai capelli argentati si infilò un cartoncino col nome di Emily nella tasca interna del completo, le rivolse un mezzo sorriso e il più impercettibile dei cenni col capo. «La sicurezza dell’aeroporto non è mai un problema. Abbiamo un accordo. Mi conoscono tutti col nome di Vector, e loro» indicò i suoi compagni da sinistra a destra «sono i tre gemelli Mist, Frost e Fury. Blade e Ash sono cugini. Se volesse dare le sue borse e il suo biglietto per il ritiro bagagli a Fury, lui e Frost andranno a prendere le sue valigie mentre il resto di noi la accompagna alla macchina.»
Ash? Fury? Blade? Nessuno ha nomi del genere. Chiaramente non sono reali. Magari nomi in codice militari? Be’, forse Ash e Mist sono nomi veri. Ash potrebbe essere il diminutivo di Ashley. E Mist, be’, quello è un bel nome. Frost potrebbe essere l’abbreviazione di Jack Frost. Quel tipo ha decisamente una carenza di melanina. Ma Fury? Blade? Non esiste. Sembrano in grado di mangiarsi chiodi a colazione. Il bell’aspetto e gli abiti costosi non possono nascondere quel genere di robustezza.
Katy spostò il peso da una gamba all’altra per alleviare il dolore ai piedi.
«Ritiro bagagli. Giusto.» Frugò nella propria borsetta in cerca del biglietto, porgendolo a Fury con un sorriso alla Emily carico di buon umore e malizia. «Odio quella parte del viaggio, voi no? Se non vi dispiace, questa borsa la tengo io. Ha tutti i miei documenti dentro.» Picchiettò il piccolo bagaglio a mano che conteneva il passaporto di Emily, i biglietti e un paio di beni di prima necessità.
Fury si accigliò, del tutto indifferente. «La nostra sola priorità è la sua sicurezza. Qualunque bagaglio che tenesse con lei potrebbe diventare un ostacolo durante un’emergenza, mettendoci tutti in pericolo. Meglio darlo a me che perderlo.»
Katy si strinse la borsa al petto. Un’emergenza? Che genere di emergenza, esattamente? E perché Emily aveva bisogno di una scorta così ampia? Di sicuro un solo autista con una macchina avrebbe dovuto bastare.
Sentendosi un po’ meno sicura di sé e della situazione, il suo sorriso vacillò. Sembravano tutti pericolosi, ma Fury sembrava il tipo d’uomo che tratteneva la propria rabbia per un soffio.
«Non badi a mio fratello, signorina Toure,» disse Mist con un sorriso mentre si parava di fronte a Fury, dandogli una gomitata nello stomaco. «Fa sempre così. Penso che gli roda ancora di essere il più piccolo. Ovviamente può tenere con sé tutto ciò che desidera. Siamo i suoi guardiani, non secondini.»
Guardiani? In cosa diavolo si è cacciata Emily? Respira. Dentro dal naso, fuori dalla bocca. Il suo battito cardiaco rallentò leggermente mentre lei raddrizzava le spalle. Forse era un tipo tranquillo, ma non era una pappamolla. «I miei guardiani? Le assicuro che non mi servono dei babysitter. So badare a…»
Fury ringhiò a denti stretti, «Non siamo babysitter. Siamo Guardiani. I più letali…»
«Basta,» sbottò Vector. «Prendi i bagagli della signorina Toure e porta l’auto sul retro. Ci vedremo lì una volta che avrà superato la dogana.»
Fury annuì secco, si voltò e si allontanò a grandi passi, seguito da un Frost silenzioso.
«Signorina, ci è rimasto poco tempo. La prego di seguirmi.» Vector non attese la sua risposta, si limitò a voltarsi e a incamminarsi verso delle porte che lei non aveva nemmeno notato prima.
Katy non ebbe altra scelta che seguirlo. Qualunque cosa stesse succedendo, lei aveva un ruolo da recitare. Emily voleva che firmasse dei documenti, per cui era quello che avrebbe fatto.
I suoi tacchi batterono sul pavimento piastrellato mentre si sforzava di tenere il passo con le gambe molto più lunghe di Vector e le sue falcate decise.
Mist non faticò a stare alla sua sinistra, mentre Blade prese posizione alla sua destra. L’altra femmina del gruppo, Ash, li seguiva silenziosamente da dietro. Katy era circondata su tutti e quattro i lati. Ci avrebbe scommesso che nemmeno la regina d’Inghilterra si fosse mai sentita così ben protetta.
Il trattamento VIP non si fermò alle guardie del corpo e al recupero bagagli. Accompagnata rapidamente oltre la porta laterale, coprirono una breve distanza fino ad un ascensore e scesero in una suite privata completa di un divano dall’aspetto molto comodo e di roba da mangiare e da bere.
«Signorina Toure,» disse Vector con un ghigno soddisfatto, «un agente della dogana arriverà a breve per timbrarle il passaporto. Nel frattempo, la prego di mettersi comoda. Questa è una suite privata. Nessuno la disturberà qui.»
«Magnifico. Grazie.» Katy si prese una bottiglietta d’acqua fredda, poi si sedette e tirò fuori il cellulare. Tolse rapidamente la modalità aerea per mandare un messaggio ad Emily. Le sue dita volarono sui tasti mentre scriveva:
Katy: Sono appena atterrata. Che c’entrano le guardie del corpo? Sei sicura di questo accordo? Non è la mafia, giusto? Hai messo in valigia il mio costume intero?
Katy sorseggiò la propria acqua mentre attendeva una risposta. Avrebbe tanto voluto togliersi i tacchi a spillo e massaggiarsi i piedi indolenziti prima di accoccolarsi sul divano super imbottito, ma resistette alla tentazione. Stava sperando di non restare lì tanto a lungo. Una breve vibrazione nella sua mano attirò il suo sguardo sul cellulare.
Emily: Ciao. C’erano un sacco di guardie anche alla villa. Non preoccuparti. Sono piuttosto certa che non sia la mafia. Mercato immobiliare $$$. Niente costume intero. Scusa. Solo bikini. Ho anche fatto un po’ di shopping.
Katy si accigliò confusa mentre sul suo schermo compariva un’emoticon ammiccante. Prima di poter rispondere, un agente della dogana in uniforme attraversò di corsa la porta, il volto teso. Le timbrò il passaporto senza rivolgerle più di un’occhiata, poi se ne andò di nuovo.
Dalla suite corsero attraverso l’aeroporto su un veicolo elettrico, Katy di nuovo al centro. I suoi quattro “Guardiani” la circondavano, rivolti verso l’esterno con Victor che guidava a passo deciso, quasi pericoloso.
Lei rimase più che un tantino sorpresa quando uscì dal terminal con il veicolo. Si fermò accanto ad una limousine Mercedes lunghissima: metà delle valigie di sua sorella erano caricate sul carrello portabagagli mentre Fury infilava la seconda nel bagagliaio. Attorno ad ogni valigia era avvolto in malo modo un nastro di sicurezza giallo e nero. Se non fosse stato per le etichette sui bagagli, sarebbe stato impossibile identificarli. Erano stati quasi distrutti. Riusciva a vedere dei tagli ovunque sulle valigie che mettevano in mostra i vestiti, gli accessori da bagno e una delle sue paia di scarpe col tacco preferite.
Dannazione, sapeva che sua sorella stava ancora “prendendo in prestito” tutte le sue scarpe migliori.
«Che diavolo è successo alle mie valigie?» Scioccata e inorridita, si voltò a guardarsi a destra, poi a sinistra. Nessuno sembrava turbato dalle condizioni fatiscenti dei suoi bagagli, men che meno Vector.
«Non si preoccupi, signorina Toure. La proteggeremo noi,» disse sbrigativamente Vector mentre scendeva dal veicolo per rivolgersi a Fury. «Ci sono stati altri problemi? Mi aspettavo che arrivassi qui ben prima di noi.»
Fury si accigliò. «Hanno ispezionato ogni bagaglio manualmente. Due volte. Hanno tagliato la parte superiore invece di rompere i sigilli. Hanno passato tutti l’ispezione, però, qualunque cosa stessero cercando, non era lì. Dovrà esserne informato.»
«Concordo.» Vector ispezionò la zona, ben consapevole del fatto che la persona a cui si era riferito Fury non era altro che il loro re. «Qualcos’altro di cui debba essere a conoscenza?»
«Il solito.» Fury strinse le labbra. «Se ne sta occupando Frost.»
Ravviandosi una ciocca di capelli ribelle dietro l’orecchio, Katy trattenne il fiato e ascoltò con preoccupazione crescente. Vector aveva detto che l’avrebbero protetta. Proteggerla da chi? Era davvero in pericolo? Di chi stavano parlando? Fu percorsa da un brivido di paura che le salì dallo stomaco fino a stringerle il petto. Emily era nei guai? Era in pericolo lì? In cosa diavolo era coinvolta lei, no, in cosa erano coinvolte LORO, adesso?
Vector annuì cupo. «Molto bene. Finisci di caricare i bagagli e andiamocene da qui.»
Katy scese dal veicolo elettrico e si diresse verso la portiera della limousine che Vector le aprì. Sul punto di salire nel fresco agio dell’abitacolo dotato di aria condizionata, un forte rumore raschiante la fece fermare con un piede all’interno, la mano poggiata sulla portiera.
Lì a terra giaceva la valigia distrutta di sua sorella, il nastro che ne teneva insieme il tessuto lacerato da parte a parte. Una dozzina circa di reggiseni e mutandine abbinate giacevano sparsi a terra. Qualche pizzo, qualche tanga, tutti coordinati oltre ad un paio di baby-doll di raso e canottiere di seta. Katy gemette, il suo viso che andava in fiamme per l’imbarazzo. Chiuse stretti gli occhi mentre toglieva il piede dalla macchina, praticamente correndo verso gli oggetti riversati a terra mentre le sue guardie si chinavano per aiutarla e recuperarli.
«Non importa. Non importa. Ci penso io,» borbottò Katy mentre infilava nuovamente gli articoli nella valigia il più in fretta possibile. Afferrò il baby-doll rosso da terra, rendendosi conto troppo tardi che sua sorella aveva usato quel tessuto morbido per avvolgervi qualcos’altro. Una lunga scatola esile rotolò fuori, atterrando sul piede di Vector. Lì, in grosse lettere in grassetto, c’erano le parole “Vibratore Proiettile Extreme Turbo Power con telecomando”.
Katy sussultò, raggelata, mentre uno per uno gli sguardi di tutti scorsero dal vibratore a lei. Mortificata, il viso in fiamme, le orecchie rossissime, non riuscì a tirar fuori una sola parola. Emily aveva messo in valigia un sex toy e tutti pensavano che fosse di Katy! Avrebbe voluto sprofondare sottoterra e restarci per il resto della settimana. Alla fine, senza pensare, squittì, «Quello… non è…»
«Suo?» Mist rise e fece l’occhiolino a Katy mentre prendeva la scatola e la infilava con nonchalance di nuovo nella valigia. Tornando ad aiutare Katy col resto dei vestiti, sussurrò con fare cospiratorio, «Chiunque abbia detto che i diamanti sono i migliori amici di una donna non aveva un vibratore a proiettile.»
Katy si limitò ad annuire, ancora troppo in imbarazzo per dire qualcosa di razionale mentre la limousine veniva caricata col resto delle sue valige. Sebbene sembrarono ore, passarono solamente pochi minuti prima che l’entourage fosse sistemato comodamente in auto e la limousine partisse a tutta velocità uscendo da un piccolo cancello laterale e immettendosi nel traffico. Santo cielo, cosa sarebbe successo ora? Quella giornata poteva andare peggio di così?
Non avrebbe dovuto chiederlo.
Dopo un viaggio pieno di curve e tornanti che le fecero venire un leggero mal d’auto, venne scortata nell’ufficio più buio e spaventoso che avrebbe mai potuto immaginare. Il legno era scuro. Il pavimento era scuro. Le pareti, le tende, perfino le luci sembravano soffuse e illuminavano solamente di poco la stanza. Il fresco lì dentro era in netto contrasto con la luminosa giornata estiva che c’era fuori. Le ricordava una caverna, senza l’acqua che gocciolava e i pipistrelli che squittivano.
Si sedette sul divano di pelle enorme, cercando di avere pazienza mentre Vector la lasciava sola con Mist. Dopo almeno venti minuti di silenzio imbarazzante, Vector tornò a grandi passi nella stanza, la sua postura che indicava un uomo sotto forte stress.
«Le mie scuse. Non riusciremo a firmare i contratti questa sera,» la informò, una nota di tristezza e frustrazione nella sua voce.
«Okay. Capisco.» A lei stava bene. Tutto ciò che voleva in quel momento era togliersi quelle scarpe, farsi una doccia veloce per svegliarsi un po’ e magari godersi una passeggiata nell’incantevole villaggio che aveva visto dal finestrino dell’auto mentre si erano avvicinati alla tenuta.
«Domani mattina? Facciamo alle dieci?»
«Sì, sarò pronta per le dieci.» Cercò di sembrare calma e professionale, ma era davvero entusiasta. Le dieci voleva dire che poteva dormire fino a tardi, prendersela comoda. Magari perfino girare per quella gigantesca tenuta che aveva solamente scorto di sfuggita mentre veniva accompagnata rapidamente dentro un garage sorvegliato e in quell’ufficio cupo. «Dal momento che non avete bisogno di me nell’immediato, sarebbe possibile andare a darmi una rinfrescata? È stato un volo molto lungo e mi piacerebbe vedere se si riesce a salvare qualcosa dei miei bagagli.»
«Ma certo!» Vector fece una smorfia come se fosse stato rimproverato. «Mist, accompagna la signora alle sue stanze e assicurati che abbia tutto ciò che le serve.»
Mist annuì e allungò una mano per indicare che Katy avrebbe dovuto precederla fuori dalla stanza. Quando si trovarono in corridoio, Mist le si mise affianco.
«Da questa parte.» Condusse Katy lungo una serie di corridoi in pietra tappezzati di arazzi e tesori che dovevano essere costati una fortuna. Camminarono su tappeti che probabilmente costavano più di quanto Katy guadagnasse in un anno nello studio legale. Più si addentravano nel castello, più Katy si sentiva in trappola, come una prigioniera.
«Mi è permesso allontanarmi? Mi piacerebbe passeggiare un po’ per il villaggio. Fare un po’ di shopping da turista. Magari bermi un bicchiere di vino?» Era ancora presto. Avrebbe potuto farsi una doccia, farsi un sonnellino veloce e avere ancora un paio d’ore da trascorrere prima di doversi mettere a letto per combattere contro il jet lag.
«O del limoncello. Deve provarlo.» Mist ridacchiò. «Ovvio che può uscire ad esplorare. Sono onorata di farle da guida.»
«Non ci serve tutto l’entourage?»
«In effetti no.»
Katy quasi sospirò di sollievo al pensiero di allontanarsi da tutta quell’intensità e dagli atteggiamenti degli uomini. E lo scambio gemellare. Dio, odiava mentire riguardo chi fosse. Cercare di essere sua sorella per tutto il tempo era sfiancante. Emily era in debito con lei. Di brutto.
«Volevo solamente esserne sicura dal momento che eravate così in tanti all’aeroporto.»
Il sorriso di Mist si ampliò ulteriormente. «Adesso ci troviamo nel territorio della nostra casa. Nessuno oserebbe provare a farle del male qui.»
Invece di dove? L’aeroporto? La città più vicina?
In che razza di follia l’aveva trascinata Emily?
A fondo nei sotterranei, l’intero corpo di Ryker era scosso da desiderio represso. Potere. Agonia. Il suo drago lo graffiava impazientemente da dentro con i suoi artigli invisibili e tirava, lottando contro le pesanti catene che lo tenevano prigioniero.
Adesso. Adesso. Adesso.
Incapace di rispondere attraverso gli spessi strati di emozione del drago, Ryker si strinse più forte le catene di drago attorno. Era l’unico modo per reprimere le ondate di magia che lo demolivano da dentro.
Sta’ calmo, drago. La troveremo.
C’era qualcosa di diverso in Emily Toure. Il suo drago l’aveva percepito non appena era entrata nel palazzo principale. La bestia era impazzita. Perfino ora riusciva a malapena a connettersi ai pensieri del drago, lottava con tutte le sue forze per contenerlo. Quella creatura non aveva mai combattuto tanto duramente.
Compagna!
Quell’unica parola destabilizzò Ryker. Compagna? Era impossibile. Aveva conosciuto Emily Toure mesi prima. Aveva toccato la sua pelle. Aveva permesso al suo drago di cogliere il suo odore. Non era la loro compagna.
COMPAGNA! L’ululato del drago sembrò volergli spezzare in due il cranio da dentro.
Vector entrò nella stanza e il drago ruggì un avvertimento.
«Calmati, fratello. È qui. Va tutto bene.»
Ma non era nella sua casa. Non più. L’aveva percepita andarsene. Aveva riconosciuto l’istante in cui la sua energia, la sua presenza aveva abbandonato la protezione del complesso famigliare.
Richiamando una volontà forgiata dopo secoli di sforzi, Ryker represse a fondo il proprio drago e riacquisì la propria forma umana. «Dov’è?»
«Mio Re, voleva trascorrere del tempo nel villaggio. Mist e altri le stanno facendo da Guardiani.»
Mia! Il drago artigliò Ryker da dentro, esigendo la libertà per rincorrerla.
La sua compagna.
Nei suoi occhi divamparono fiamme di drago. Ryker le sentì bruciare mentre Vector indietreggiava.
«Non bruciarmi i capelli. È perfettamente al sicuro.»
Ryker assottigliò pericolosamente gli occhi mentre agitava una mano lungo i suoi abiti, cambiandoli con la magia del drago dal completo che aveva indossato prima ad un look più casual. Pantaloni neri. Camicia blu coi bottoni al colletto più adatta ad andare per club o ad una serata fuori. Le catene dorate onnipresenti al suo collo. La magia elfica della collana poteva essere l’unica cosa abbastanza potente da impedirgli di trascinare via Emily Toure nella notte come una bestia e farla sua.
Il suo drago sfoderò gli artigli, impaziente di fare proprio quello, ma Ryker aveva saldamente il controllo, adesso.
Silenzio, drago. La rivendicheremo. Questa notte.
La volontà di ferro di Ryker placò il drago come nient’altro avrebbe potuto fare. Erano d’accordo. Quella femmina era loro. La loro compagna.
Vector fece un passo avanti, sembrando confuso. «Che sta succedendo?»
«Me ne vado a caccia.»